Il Segnalibro: sedersi all’Holt Café tra le pagine di Haruf

Ho appena terminato la lettura di “Vincoli”, di Kent Haruf, e ancora ho le mani che tremano e gli occhi velati per l’emozione.

Questo autore americano, che troppo presto ci ha lasciati, mi ha conquistata subito, fin dal primo libro che NNE editore ha pubblicato con la traduzione di Fabio Cremonesi. Come nei precedenti romanzi, “La trilogia della pianura” e “Le nostre anime di notte”, anche questa storia è ambientata a Holt, in Colorado, in questa cittadina immaginaria dove ormai mi sento a casa. Non appaiono gli stessi personaggi degli altri libri ma l’atmosfera, il paesaggio, le terre brulle difficili da coltivare e perfino l’Holt Café mi risultano familiari, come se in quei luoghi ci fossi stata realmente. Con questo ultimo romanzo, facciamo un bel salto all’indietro nel tempo, visto che questo è il primo libro pubblicato da Haruf, nel 1984, ragione per cui il titolo completo è “Vincoli – Alle origini di Holt”. Ed è il traduttore stesso, nella nota finale, a sottolineare come rispetto agli altri romanzi di Haruf, questo risulti più ricco di dettagli e descrizioni che via via non serviranno più.

Il narratore della storia è Sanders Roscoe, raggiunto in casa da un giornalista venuto da Denver per fargli domande su ciò che è avvenuto ai suoi vicini, i Goodnough; al giornalista non dirà nulla ma in compenso racconterà tutto a noi lettori, sin dal principio.

Roy Goodnough era partito alla fine del 1800 dall’Iowa con la moglie Ada per stabilirsi a Holt, alla ricerca di un buon appezzamento di terra da coltivare; lui era un uomo meschino, crudele ed insensibile, lei una donna minuta, debole. Dopo aver avuto i due figli, Edith e due anni più tardi Lyman, Ada morì e lasciò i bambini in balìa del loro terribile padre. Crebbero insieme al figlio della vicina, John Roscoe, il quale, in età adulta si innamorò di Edith, da lei ricambiato.

Intenzionato a sposarla, si dovrà scontrare con l’ottusità e la crudeltà di Roy.

Io non vorrei anticiparvi troppo il resto della trama per non rovinarvi il piacere della lettura, il seguito del romanzo racconta della vita sprecata di una donna che avrebbe potuto avere molto di più e che, per un eccessivo senso del dovere, dettato dai vincoli di sangue, si sacrifica.

E’ una storia di solitudine e di rinunce, quella di Edith, una storia che può sembrare di arrendevolezza ma che invece trasmette un grande coraggio, quello di prendersi cura di qualcuno che si ama così tanto, nonostante il dolore e la consapevolezza di non ricevere nulla in cambio.

Ho provato tanta rabbia per Edith, ho sofferto con lei, mi sono chiesta perché non avesse voglia del suo riscatto personale; alla fine, però, proprio lei mi ha trasmesso una grande lezione.

“Ma verso la fine, mi ricordo di aver detto una cosa ingenua e sciocca come: Ma non è giusto.
E lui mi rispose: Certo che non è giusto. La vita non lo è. E tutti i nostri pensieri su come dovrebbe essere non servono a un cavolo, a quanto pare. Tanto vale che tu lo sappia subito.”

Una storia raccontata con una tale delicatezza di cui solo Kent Haruf era capace, senza mai cadere nel patetico o nel pietismo. L’intento di Haruf non è di suscitare compassione per Edith, ma quello di mostrarci la dignità con cui questa donna ha affrontato ogni singolo giorno della sua vita, fino all’atto finale del romanzo, quello in cui ci rivela tutta la sua disperazione, il suo coraggio, il suo amore.

Ho letto il libro molto velocemente seppure il mio intento fosse quello di godermi ogni parola, pagina per pagina. Il ritmo è incalzante, si può leggere anche avendo poco tempo a disposizione perché non si rischia di perdere il filo narrativo.

La mia aspettativa verso questo romanzo era molto alta, è stato uno dei libri che più ho atteso, quest’anno, e come sempre, Haruf non mi ha delusa, anzi, è riuscito a sorprendermi e a coinvolgermi ancora di più.

Lo consiglio a tutti, sia a chi non ha ancora mai letto nulla dell’autore e che qui potrà conoscere Holt nei minimi dettagli, sia a coloro che già conoscono la sua opera. Non vi deluderà.

Eleonora Ortolani